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Serramonacesca

Terminata l’escursione sul Blockhaus riprendiamo le nostre macchine. Abbandoniamo le testimonianze storiche dell’area, la fitta nebbia e dopo un caffè all’interno dell’Hotel Mammarosa scendiamo sino a Serramonacesca. La scelta non è casuale. In questo paese sono presenti la più famosa Abbazia abruzzese ed un Eremo. Vale la pena fermarsi.
Arrivando fra le sue vie rimaniamo impressionati dal via vai di scout e dai gruppi religiosi che affollano gli ostelli della gioventù. Non ci soffermiamo. Proseguiamo risalendo la strada per un paio di chilometri, seguendo le indicazioni che ci conducono sino alla Abbazia di San Liberatore a Majella.

Abbazia di San Liberatore a Majella
Dalla strada si scorge dapprima l’alto campanile e infine il resto della chiesa con la sua facciata a salienti.
Considerato una dei massimi esempi di architettura abruzzese, l’Abbazia venne edificata secondo le testimonianze per volere di Carlo Magno. Inizialmente doveva apparirci assai diversa da quella che oggi si apre ai nostri occhi: il campanile più alto, con altri due ordini di finestre ed un loggiato in facciata. In seguito sia i crolli, che i gusti dell’epoca, portarono l’Abbazia a subire cambiamenti del progetto. Un affresco all’interno, rovinato, riporta il disegno del progetto.

Affresco con il progetto originale
Si presenta con una facciata a salienti, tre aperture (di cui quella centrale con una sezione maggiore) e con delle semicolonne lisce che creano nicchie ceche su tutta la facciata. Alla sua sinistra il campanile, composto da tre ordini di aperture che variano a seconda del piano. L’alternanza di monofora, bifora e trifora creano un disegno dinamico, oltre ad alleggerire il peso dei piani superiori.


Abbazia di San Liberatore a Majella, Campanile
Entrando, l’Abbazia è suddivisa in tre navate, separate da pilastri a sezione quadrata che formano archi a tutto sesto. In corrispondenza di ogni arco si aprono delle finestre, anch’esse a tutto sesto, che permettono l’illuminazione della navata centrale, molto più larga. Nella sua mezzeria compare il pulpito in pietra sorretto da quattro colonnine di cui una sola decorata. Sulla navata di destra l’affresco sulla quale è riportato il progetto originale della Abbazia. Le tre navate terminano su tre absidi, ben illuminati dalle finestre e dagli affreschi andati quasi perduti. 

Abbazia di San Liberatore a Majella, Navata centrale
Abbazia di San Liberatore a Majella, Pulpito
Usciti dalla Abbazia prendiamo il sentiero collocato sulla sua destra, riconoscibile dalla presenza di una muratura crollata. Il cartello indica la presenza delle Gole dell’Alento. Dopo cinque minuti di cammino ci ritroviamo a destinazione, a contatto con il torrente. La luce filtra pochissimo. Aumenta l’umidità, il muschio ed è molto facile scivolare sulle bagnate rocce. Tuttavia il disegno creato dall’acqua valorizza ancora di più la bellezza del luogo. Sopra le nostre teste si aprono delle nicchie nella roccia: sono delle tombe rupestri. Riprendiamo il sentiero, attraversiamo ancora una volta i piccoli ponticelli e torniamo verso San Liberatore a Majella. 

Gole dell'Alento
Gole dell'Alento
Gole dell'Alento
Gole dell'Alento
Gole dell'Alento
Risaliamo in macchina e invece di tornare verso casa proseguiamo alla ricerca dell’Eremo di Sant’Onofrio. Collocato a cinque chilometri dal centro di Serramonacesca, lo si ritrova grazie ad un cartello che annuncia il vicino spiazzo sulla quale poter parcheggiare la macchina. Il sentiero indica trenta minuti di cammino. Oltrepassiamo il casotto dell’Enel e si parte. 

Eremo Sant'Onofrio, sentiero
L’Eremo è ricavato dalla particolare  formazione della parete rocciosa. Possiede una sua facciata. Entrando, si giunge in una prima stanza adibita a chiesa. Altri vani accessori si aprono da essa. Colpiscono sia la campana posta sopra la porta, che ognuno può suonare a suo piacimento, sia la figura di Sant’Onofrio, rappresentato in una statua sopra l’altare, completamente nudo e avvolto nella sua peluria. 

Eremo Sant'Onofrio
Statua Sant'Onofrio
La bellezza del luogo sta anche nei suoi piccoli animali che lo popolano.


L’ultima tappa sarebbe dovuta essere il Castello Menardo: per ricercare la strada che possa condurci sino ad esso ci perdiamo. Ci accontentiamo di immortalarlo dalla strada.

Castello Menardo

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