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"Fuori dalla Caverna", un libro di Alessio Trerotoli

C’era una volta il Grand Tour. C’era una volta il viaggio della vita. C’era il desiderio di ampliare gli orizzonti. C’erano Ruskin, Schinkel, Goethe. Gli artisti, i filosofi, i vedutisti. C’era la consapevolezza che viaggiare fosse una fase della nostra vita indispensabile alla crescita e alla formazione. In seguito da quella parolina del Grand Tour ne venne coniata una seconda, “turismo”, ossia il viaggio accessibile a tutti. Gli spostamenti si semplificavano. Le comodità andavano a sostituire lo spirito di adattamento. Le mode dettavano le mete. Il sistema low cost dimezzava i costi. In sintesi? La parola viaggio assumeva un nuovo significato. E allora mi domando, quale sarà il viaggiatore del terzo millennio? Potrà mai essere un John Ruskin su un volo Ryanair? E soprattutto, cosa significherà per lui viaggiare?

Così un giorno ricevo una mail. La apro e leggo di un ragazzo che mi offriva il suo libro in cambio di una recensione. Si presenta come un fotografo viaggiatore e l suo nome è Alessio Trerotoli. "Fuori dalla caverna", simpatico come titolo. Già, perché quella caverna è il luogo familiare, quello dove si cresce e si vive. Il nostro habitat. Viaggiare in fondo è proprio questo, uscire dall'habitat, dalla caverna. Scarico il libro sul mio cellulare e lo comincio a leggere. Non nascondo il mio scetticismo iniziale, derivante dal fatto che un giovane under 30 potesse aver già scritto dei suoi viaggi. 

Foto di Alessio Trerotoli, Cigarette Break (New York 2011)

E invece no. Il libro è scritto molto bene sin dalle prime battute. Quelle righe che raccontano di un ragazzo di mondo, in attesa del treno, dell'aereo, che guarda ciò che lo circonda dietro una tazza bollente di cappuccino, dalla vetrata di un bistrot parigino. Mi appassiono alla sua descrizione di Parigi e quasi mi sembra di rivivere quella atmosfera che tanto ho amato. Mi colpisce che considera la sua città, Roma, non come la "caverna" dalla quale è uscito, bensì come una nuova tappa da vivere. Ma soprattutto resto folgorato dalle fotografie: ti aspetti le solite foto che raccontano la città come una cartolina e alla fine ti ritrovi delle poetiche immagini di vita quotidiana. Un qualcosa che lo distingue.

Alessio è forse quel viaggiatore del terzo millennio. Non uno regista che inquadra il mondo dietro una macchina fotografica, bensì un attore che vive la sua vita, la sua avventura, come se fosse un film. E alla fine le pagine corrono via, l'attenzione resta. Giro il mondo con le sue esperienze, mi riconosco in molte delle descrizioni. Del tipo "anche io avrei fatto la stessa cosa sua". Ottime le citazioni che mettono in vetrina il bagaglio culturale di questo giovane ragazzo. E alla fine di tutte quelle pagine hai solo voglia di una cosa: partire e scrivere un libro sui tuoi viaggi.


Facciamo due chiacchiere con Alessio.


iviaggididante: Innanzitutto vorrei togliermi una curiosità. Fra tutti i luoghi che hai visitato, qual'è quello che senti tuo e dove magari ti piacerebbe vivere?
Alessio: Ogni città, alcune più, alcune meno, hanno lasciato in me ricordi bellissimi e molta voglia di tornarci. Il luogo che però sento mio (forse perché è la città in cui ho passato più tempo) è senza dubbio Parigi: ci sono delle volte che mi manca come l'aria, anche l'affanno dopo aver affrontato una rampa di scale a Montmartre o addirittura l'odore della metropolitana. Non saprei come spiegarlo, ma quando sono a Parigi sento che ogni cosa è possibile. Sono felicissimo di vivere a Roma, ma quando posso cerco sempre di fare una scappatella in Francia, è un po' come una seconda casa.

iviaggididante: Il libro si apre con una frase di Koudelka, che parla di cecità per chi vive sempre nello stesso luogo. Ad un certo punto racconti la tua città, Roma, non più come punto di partenza e di ritorno, ma come tappa del tuo viaggio. Roma è per te un luogo di cecità (citando Koudelka) o di continua scoperta?
Alessio: La fotografia è il mio modo di vedere Roma in modo sempre differente. A volte, specie in una città come questa, si esce di casa senza più notare ciò che ci circonda. Si smette di guardare, perché sai già che dietro l'angolo ci sarà ad esempio Fontana di Trevi, oppure un certo scorcio di Trastevere. Purtroppo è normale, è l'abitudine, così come è normale che durante un viaggio invece i nostri sensi sono sempre attivi: siamo costantemente attenti a ciò che è intorno a noi, perché non lo conosciamo. La fotografia però mi permette di tenere gli occhi aperti anche nel luogo in cui vivo, di non smettere mai di guardare, è anche un pretesto per conoscere meglio la periferia, per mettere una cornice intorno a quella vita che ad occhio nudo talvolta mi sfugge.

iviaggididante: Mi affascina il fatto di come tu descriva il mondo: sembri un regista dietro la telecamera, oppure un fotografo dietro l'obiettivo. Silenziosamente osservi la scena, magari in un angolino di un bar, e raramente ne entri al suo interno. E il lettore come in un film, come una fotografia, ha davanti a se la scena..
Alessio: In realtà è uno stile di scrittura non voluto, ma che in un certo senso mi appartiene: per esempio quando scatto una fotografia cerco il più possibile di raccontare una storia con un’immagine. Al contrario quando scrivo mi è forse naturale “fotografare con la penna”, se così si può dire. Certamente il mio amore per la fotografia e i miei studi cinematografici esercitano una grande influenza in tutto il mio lavoro, così anche nel mio modo di descrivere il mondo. A questo va aggiunta una curiosità innata per tutto ciò che mi circonda, soprattutto mi piace osservare le persone, immaginare le loro vite e raccontare tutto questo dal mio punto di vista.

iviaggididante: Nel libro sono presenti citazioni continue, che abbracciano il mondo della fotografia, della cinematrografia, della musica. Quanto è importante per te descrivere il mondo con il tuo bagaglio culturale?
Alessio: Come diceva Truffaut: "Tre libri a settimana, tre film al giorno e della grande musica faranno la mia felicità fino alla morte". La mia vita è costantemente scandita da ciò che leggo, da ciò che ascolto e da ciò che vedo: dalle mie passioni insomma. Sono fortemente influenzato da tutto questo, e le citazioni presenti nel libro ne sono la naturale conseguenza. Inoltre amo la condivisione: quanto qualacosa mi emoziona o mi appassiona, non posso fare a meno di parlarne, sperando di far presa sulla curiosità degli altri. Quando viaggio da solo, sono sempre accompagnato da tutto questo, motivo per cui nei miei racconti di viaggio è piuttosto facile incontrare citazioni a film, libri, canzoni e quant'altro. Ho troppe passioni e soltanto una vita, è un po' una maledizione!

iviaggididante: Un giorno un fotografo (G. Basilico) mi disse: nel bianco e nero puoi vedere tutti i colori, viceversa no. Nel tuo libro le fotografie sono per l'appunto in bianco e nero. Scelta prettamente stilistica oppure c'è dell'altro?
Alessio: Il bianco e nero è un po’ un omaggio ai grandi fotografi del passato, come Henri Cartier-Bresson o Robert Doisneau, che per me sono dei grandi modelli di riferimento, così come lo sono alcuni registi della Nouvelle Vague francese, Truffaut in particolare. Inoltre quella in bianco e nero è per certi versi una fotografia nostalgica, che si associa bene all’idea di passato: sono una persona profondamente legata al passato, e forse è per questo che mi piace associare il bianco e nero ai miei viaggi, al ricordo che ho di essi. Da un punto di vista stilistico il bianco e nero è il modo che preferisco per esprimermi, la tua citazione di Basilico è calzante e mi trova perfettamente d'accordo.


 Vuoi maggiore informazioni sul libro? Visita il sito di Alessio.









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