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Visita ad Auschwitz - Birkenau


La mattina ci alziamo presto: abbiamo in programma una visita al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Per recarsi ad Oswiecim, nome in polacco di Auschwitz, occorre prendere un treno dalla stazione centrale di Cracovia e percorrere quei 60 km con un treno regionale. Il tempo previso per la traversata è di circa quaranta minuti, con i treni che partono ogni ora. La si può raggiungere anche attraverso tour organizzati dalle agenzie di viaggio, in tal caso i costi sono maggiori. La prima contraddizione di Auschwitz è nella sua stazione: proprio come era avvenuto nell’aeroporto di Cracovia, vedendo una stazione così grande e contemporanea, in grado di accogliere quantità indefinibili di turisti, ti aspetti una città moderna e grande. Ma, non appena varchi il tornello di uscita della stazione, ti ritrovi in una città molto piccola, a tratti desolata. Al fianco di essa sorgono dei piccoli chioschetti, per lo più gazebi trasformati in ristoranti. Pranziamo dentro uno di questi: Manuel col pollo arrosto, io, Matteo e Mirko con una disgustosa pizza. Prima di spostarci alla visita del campo, entro in un minimarket davanti la stazione, pagando due magnum al prezzo di circa 1€.



Ci sono due modi per spostarsi dalla stazione al campo di concentramento: via bus, impiegando cinque minuti di marcia, o a piedi, mettendocene una ventina di minuti. Scegliamo la seconda, approfittandone per visitare a piedi i dintorni. Non c’è assolutamente nulla: tutto chiuso, tutto desolato. Si percorre un tratto della via della stazione e, in seguito, si svolta verso sinistra, costeggiando quella che un tempo era la vecchia ferrovia, oggi dismessa e lasciata per non dimenticare. Su quegli stessi binari, migliaia di persone hanno percorso la strada della morte. La cosa ci fa riflettere. Entriamo nel memoriale di Auschwitz e facciamo i biglietti. La visita può cominciare.

Prima di parlarvi della visita, occorre fare delle precisazioni: 1) Auschwitz è composta da tre campi di concentramento, distanti l’uno dall’altro. 2) quando farete i biglietti, verrete suddivisi per lingua di appartenenza. Ecco perché il mio gruppo è di soli italiani. 3) ognuno è sintonizzato alla guida con una radiolina. Non paghiamo nulla.

Ci viene affiancata una guida turistica che parla fluentemente l’italiano e ci fa subito una precisazione: il film di Benigni, “La vita è bella”, non racconta al meglio Auschwitz. Secondo lei, il comico italiano ha posto un argomento serio su un piano umoristico e la cosa non è piaciuta a tutti. Entriamo nel campo, sottopassando la famosa scritta di ingresso “ARBEIT MACHT FREI” (il lavoro rende liberi). È stata recentemente riposizionata là dove era restata per 65 anni, prima di essere rubata e poi ritrovata. Il tour comincia con qualche dato sul campo: 70.000 persone persero la vita qui, per lo più prigionieri russi e intellettuali polacchi. Morti per la fame, per le scarse condizioni igieniche, di stenti, di freddo, uccisi. E per ucciderli vi erano due modi: la fucilazione in primis, che però portava via troppe munizioni, le camere a gas in seguito. Una volta morti, i corpi erano condotti nei forni crematori, in grado di cancellare qualsiasi traccia degli omicidi. Il primo edificio ospitava le mense, i restanti 28 blocchi erano utilizzati per ospitare i detenuti. Alcuni di questi sono visitabili e al loro interno sono ricavate delle stanze espositive (blocchi 4, 5, 6 e 7). 


Nei corridoi dei blocchi, sono esposte le fotografie delle tante persone deportate nel campo. Alcuni anonimi, la maggior parte con il nome e la data di ingresso nel campo e quella di morte. Degli infiniti nomi, la maggior parte non superava il primo mese. Uno di loro mi colpisce particolarmente: è morto dopo sei mesi. Ma le cose che colpiscono di più, sono gli oggetti personali dei detenuti: una stanza è dedicata a tutte le loro valigie. Sopra ognuna di esse è riportato il nome del possessore, scritto in gesso bianco. Fra le tante mi colpisce una “Kafka” di Praga, che in seguito scoprirò esser stata una famosa suora ebrea. In un'altra sono tenute le protesi, per lo più gambe di legno. Quindi tantissimi occhiali, barattoli di latta, creme corporee, stoviglie, vestiti, scarpe. Entriamo all’interno di un grande stanzone e l’odore si fa molto forte e pungente. Ospita una teca in vetro che corre lungo la parete maggiore e contiene migliaia di chili di capelli. Ogni detenuto veniva rasato, considerando queste folte chiome, probabilmente erano di donne.

In una teca di fianco, è conservato un rotolo di stoffa, fatto interamente con i capelli dei detenuti.





Visitiamo anche i sotterranei, ospitanti le celle di tortura. Alcune di queste erano strette e alte. Ci si accedeva da una piccola porticina e il detenuto era costretto a starvi all’interno, dormendo in piedi senza la possibilità di chinarsi. Gli spazi claustrofobici saranno presenti in gran parte del campo. Uscendo ci viene mostrato il muro delle esecuzioni, utilizzato prima delle camere a gas. Infine, passando nel mezzo del filo spinato che un tempo dava anche scariche elettriche, giungiamo nei forni crematori. Restano gli ultimi due, gli altri sono stati fatti brillare dai russi.


Lasciamo Auschwitz e mediante una navetta ci dirigiamo nel campo di Birkenau, collocato a cinque chilometri verso la campagna. È certamente il più famoso, reso tale dal binario dei treni sottostante la porta di ingresso. Venne costruito nel 1941, dagli stessi detenuti, per ospitare un numero maggiore di prigionieri. Le costruzioni in laterizio sono state sostituite da baracche in legno, molto più economiche, con bagni interni alla turca. Una certezza: qui si entrava per morire. Si può visitare tutto di questo campo, entrare nelle singole costruzioni e anche su un container. È molto grande, per visitarlo occorre camminare. In fondo al campo si trova un memoriale, costruito in pietra. Oltre le torri di vedetta e infine il bosco. Questo bosco ha rappresentato la fuga dei tanti coraggiosi. Quasi nessuno ce l’ha fatta e le tante vittime sono state lasciate lì. La guida precisa che ogni volta si trovano nel bosco dei resti umani, impossibili da identificare. L’ultima immagine del campo è un negozio di souvenir, nella quale compero un libro di un detenuto e dei suoi disegni nel campo. 



  

La visita ci ha in parte scossi e portati in una dimensione al di fuori dell’euforia dell’Interrail. Tuttavia è una di quelle esperienze che vanno fatte. Non tanto per una questione legata “al visitare quanto più possibile”, bensì perché è giusto imparare a non ripetere gli errori, o se volete orrori, della storia.



1 commento:

  1. L'uomo a tutt'oggi non ha ancora imparato del tutto la lezione della storia

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