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La finestra dannunziana

Il mio amore per i viaggi è paragonabile a quello per i libri. Se mi trovo su un treno, diretto verso una capitale mondiale, estraggo un libro dallo zaino e leggo fra le pagine. Se mi trovo sul divano a leggere un libro, viaggio verso l'immaginazione, ricostruendo l'ambientazione. Quando viaggio leggo. Quando leggo viaggio. Viaggiare e leggere, due cose all'apparenza distanti, due concetti che si incontrano forse nell'astratto. Due cose che mi fanno stare bene. Il costo di un viaggio è accessibile a pochi, quello di un libro a tutti. Sono diventato un collezionista di libri, di quelle persone che ne comprano almeno uno a settimana e che lo impila nella sua stanza, o magari lo incastra fra altri volumi della stessa raccolta. Librerie, bancarelle, rigattieri: sono un loro cliente. Nel paese del sol levante mi direbbero: sei malato di "Tsundoku", ossia quell'arte di comprare libri e di impilarli, a volte senza nemmeno leggerli. Vero. Ma il fatto è che non sono io a cercare loro, bensì sono loro che cercano me. Con la copertina. Il titolo. Le prime tre righe del capitolo. Una loro imperfezione. Qualcosa deve colpirmi (e non materialmente, se mi cascasse in testa uno di loro col cavolo che lo compro!).

Così in un giorno primaverile nei primi di Maggio entrai dal solito rigattiere di fiducia. Lasciai alle spalle i vecchi mobili in legno, le poltrone fiorate e i tanti cimeli che qualche cliente aveva lasciato in pegno. Mi diressi allo scaffale dei libri e come uno scanner passai la testa da un piano all'altro. Tanti volumi contemporanei privi di fascino. Incastrato fra due libri dalla copertina sgargiante, ve ne era uno diverso dagli altri. Era ingiallito dal tempo, non possedeva il titolo lateralmente e aveva gli angoli scuciti. Lo estrassi e lessi il titolo. "Trionfo della morte" di Gabriele D'Annunzio, un mio concittadino. Il titolo mi colpì, tantoché presi il cellulare per una ricerca immediata. Scorrendo fra le voci che il motore di ricerca aveva selezionato, mi suscitò curiosità il fatto che una parola compariva spesso nella ricerca: la parola "eremo". Approfondii la questione. Pagai il libro. Tornai a casa. L'indomani ero sulla strada alla ricerca dell'eremo dannunziano.

Lo avevo sentito nominare da una mia ex ragazza, che mi aveva parlato di un matrimonio svoltosi all'interno di quell'edificio. Lì per lì non mi interessai alla cosa anche se il nome mi rimase impresso. Dopo aver acquistato quel libro la cosa assunse un nuovo significato. Dovevo dare un senso alla storia. Dovevo capire il perché un luogo del genere, collocato sulla costa abruzzese, avesse ispirato il Vate, Gabriele D'Annunzio.
Con la macchina mi incamminai verso la Marina di San Vito, a circa quaranta minuti di auto da Pescara, scegliendo di viaggiare lungo la statale ed evitando l'autostrada. Solo chi ha percorso questo tratto sa cosa vuol dire rimanere incantati dalla costa dei trabocchi. Essa sta all'Abruzzo proprio come la Costiera Amalfitana sta alla Campania. Siamo d'accordo che il confronto non regge, ma per una volta se vi troverete a passare per l'Abruzzo, lasciatevi condizionare dal mio consiglio e fatevi quei cinquanta chilometri di costa lentamente. Ne riparleremo. La cosa più bella dell'itinerario che vi ho brevemente descritto, risiede negli elementi tipici del mare: i trabocchi. Sono delle costruzioni dalle forme arcaiche, fatte di legni assemblati magistralmente, a ricordare palafitte sulla quale un tempo l'uomo viveva. Inizialmente erano utilizzate per la pesca; oggi molti di loro hanno convertito la funzione e si sono evoluti in strutture ricettive a ridosso del mare, come ristoranti o punti panoramici. Altre sono andate perdute definitivamente per le forti mareggiate degli ultimi anni, proprio come il Trabocco del Turchino. Era lo stesso che Gabriele D'Annunzio aveva scrutato affacciandosi dalla finestra dell'omonimo eremo, magari dopo una notte d'amore trascorsa con la sua amata. Furono proprio i cartelli indicanti la strada per il Turchino ad avvicinarmi all'eremo dannunziano.

Parcheggiai la macchina all'interno di una piazzola di sosta, oltre il guard rail, caratterizzata dalla immancabile maleducazione dell'uomo: rifiuti ovunque, nonostante il cartello della polizia stradale che invitava al rispetto delle norme ecologiche. Un secondo cartello diceva di procedere verso la salita fronteggiante il parcheggio. E fu in quell'istante che qualcosa attirò la mia attenzione. Un piccolo cane mi prese in antipatia. Vedendomi avanzare verso la casa, mi corse incontro, abbaiandomi energicamente. Alternò il forte richiamo, alla mostra dei suoi denti. Non mi mise affatto paura, nonostante avesse oltrepassato lo spazio vitale che ci separava, puntando verso la mia caviglia. Non che volessi cacciare via quella bestiola, assolutamente no. Tuttavia temevo che qualcuno si sarebbe potuto infastidire della mia presenza e allora pronunciai parole d'affetto, divenni ridicolo. E a quanto pare funzionò, perché il cane se ne andò preferendo un angolo di sole nel bel mezzo del cortile. L'eremo era poco più avanti, attaccato a un'abitazione privata. Mi voltai per avere la conferma di essere al di fuori di attacchi canini e nel farlo rimasi sorpreso dal frutteto fiancheggiante l'edificio. C'erano dei bellissimi (scusate l'aggettivo) limoni giallo cangiante appesi, che non vedevano l'ora di precipitare al suolo. Poi tornai all'eremo e alla missione. Era chiuso, brutto segnale. L'inferriata nera mi impediva l'accesso alla struttura e così non avrei mai saputo cosa si celasse nel cortile, o dietro il cantonale. Mi decisi a suonare il campanello sperando che un buon cristiano mi aprisse la porta, ma ci fu un qualcosa che mi fermò. Infatti sulla targhetta del campanello erano riportati i nomi di Gabriele D'Annunzio e di Barbara Leoni. Sorrisi. La singolare scoperta mi fece viaggiare nel tempo: immaginai di essere un giornalista arrivato sin qui per intervistare il Vate; o magari un semplice appassionato venuto a stringergli la mano; o perché no, un anticipatore del futuro che gli voleva consigliare di chiamare una sua opera "Trionfo della morte". Non pigiai il campanello. Diressi lo sguardo sulla tomba di Barbara Leoni, sepolta davanti alla famosa finestra dell'eremo

immaginatela come una donna dalle forme estetiche del tempo: capello scuro, occhi scuri, viso pallido. Magra, con i fianchi larghi. Intelligente. Forse triste. Si era sposata giovanissima con un certo Ercole Leoni, un ricco personaggio bolognese. Il matrimonio era stato combinato dalla famiglia, la separazione annunciata. Venne ripudiata a seguito di un aborto che la costrinse a vivere i suoi giorni nell'incapacità di concepire figli. Conobbe D'Annunzio in un circolo di Via Margutta, negli anni in cui il Vate non era più una semplice promessa. Era già un ospite fisso dei salotti romani e godeva di un suo particolare fascino. I due si innamorarono e alimentavano giornalmente la loro passione e la loro sessualità. Seppur più piccolo, D'Annunzio visse intensità la storia, scoprendo un periodo molto fertile per le sue opere letterarie. L'amore cessò e con esso la fedeltà. I due si lasciarono e come testimonianza restano oggi poesie, lettere e le quattro mura dell'eremo nella quale vissero.

Scattai fotografie, mi inchinai alla lapide. Dedicai l'ultimo sguardo al panorama sottostante. Il trabocco del Turchino lì in basso, oltre la strada, oltre gli scogli, nel mare. Non sappiamo per quanto tempo ancora. Sembra non aver resistito all'ultima tempesta. Il legno che lo compone scivola in mare. Si abissa nel mare. Si corrode nel mare. E a noi non resta che immortalarlo in uno scatto, in una descrizione, affinché anche i posteri abbiano memoria nel tempo. Grazie Gabriele. Non avrò mai l'onore di conoscerti, eppure tu mi hai condotto sin quì, venendomi a cercare in un rigattiere della nostra città, sottoforma di titolo. Se quel libro giace sulla mia scrivania è anche grazie a ciò che ti aveva circondato mentre lo scrivevi. Grazie all'eremo, all'azzurro del mare, al trabocco. A Barbara, e forse a un cane bastardo che ti aveva attaccato.

Tornai alla macchina, voltandomi per l'ultima volta. Salutai quell'edificio abbassando gli occhi, promettendomi un giorno di tornarci. Il cane riposava al sole, il Turchino moriva nell'acqua, il limone toccava l'erba, il vento spirava da est e io mi sentivo più felice.

Vista dall'eremo
Trabocco del Turchino
Eremo dannunziano
Tomba di Barbara Leoni

2 commenti:

  1. gran bel pezzo, scritto con passione divinamente. Complimenti.
    l'ho visitato lo scorso venerdì, provando le stesse sensazoni ed emozioni.
    (p.s possiedo anche una delle poche copie rimaste di "Lettera a Barbara Leoni")

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    1. Ciao Giampiero! Grazie mille per il complimento. Questo è uno dei pezzi nella quale ho messo una grande passione. Forse perché attraversavo un momento particolare, forse perché sono innamorato di quel posto. Mi fa piacere tu abbia quella lettera, custodiscila con cura! E grazie per essere passato sul mio blog :)

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